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  <title>Festival dei giovani dell&#39;Appennino</title>
  <subtitle>Il Festival dei giovani dell’Appennino rappresenta il primo evento interamente dedicato ai giovani delle aree interne.</subtitle>
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  <updated>2024-07-24T18:03:01Z</updated>
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    <title>Per le strade sconnesse e antiche. La lezione di Pier Paolo Pasolini sui paesi</title>
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    <updated>2022-04-20T16:20:00Z</updated>
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    <content type="html">&lt;p&gt;L&#39;accesa disamina di Pier Paolo Pasolini in &lt;em&gt;La forma della città&lt;/em&gt; (1974) lanciò una critica lucida e terribile alla modernità, condotta attraverso il filmato panoramico della città di Orte dapprima inquadrata nel suo ritratto fortificato e, successivamente, immortalata inglobando le storpiature impresse da un&#39;edilizia che, partendo dal secondo dopo guerra, ha provocato uno snaturamento dei tessuti abitativi storici pregiudicando i loro antichi caratteri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Che quegli elementi di critica influiscano attivamente l&#39;odierna percezione delle aree interne e dell&#39;Italia dei centri storici, con particolare riguardo a quelli dell&#39;inarcatura appenninica, è cosa ancora difficile da dirsi, sebbene il ritorno alla montagna e l&#39;attenzione al patrimonio culturale materiale e immateriale - largamente promossi dalle missioni del PNRR - stiano assistendo a un&#39;importante accelerazione, mossa dalla crisi demografica che grava sui territori dell&#39;entroterra. Sembra tuttavia, nella contemporanea riscoperta dell&#39;Italia dei paesi, prevalere una forte componente economico-gestionale ancora lungi dall&#39;essere pienamente integrata a un&#39;educazione al paesaggio, connubio che varrebbe la pena di favorire attraverso una più stretta congiuntura tra gli studi di matrice storico-geografica e artistica e quelli più spiccatamente manageriali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#39;obiezione sollevata da Pasolini è quella rivolta alla difesa esclusiva del patrimonio firmato, all&#39;affezione connessa ai soli grandi monumenti e alle opere d&#39;arte &amp;quot;&lt;em&gt;d&#39;autore, stupende, della tradizione italiana&amp;quot;&lt;/em&gt;, cui l&#39;intellettuale contrappose le &lt;em&gt;&amp;quot;stradine da niente&amp;quot;&lt;/em&gt; che invece occorre tutelare con  il medesimo accanimento:&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;&amp;quot;Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore&amp;quot;&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://i.pinimg.com/originals/79/8e/f6/798ef61594944674d20fee1e2259cf80.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ogni manifesto che contempli il recupero dei cosiddetti &lt;strong&gt;&lt;em&gt;patrimoni minori&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, disseminati nell&#39;Italia di dentro, affonda - persino inconsciamente - le sue radici anche nelle primordiali denunce operate da Pasolini, al tempo tra i pochi ad essere cosciente della necessità di un&#39;inversione percettiva, la stessa che ha portato negli ultimi anni alla rivalsa di luoghi incantati come Matera, fino a mezzo secolo fa luogo di pena ove si nasceva per partirne in un dato momento, e oggi già Capitale Europea della Cultura (2019) e contenitore di imprenditoria culturale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nella critica pasoliniana, si delinea la speranza di un futuro nel quale chiunque possa essere d&#39;accordo nel voler difendere i piccoli monumenti alla pari dei più celebri, il passato delle grandi città d&#39;arte e il trascorso anonimo e popolare delle case rurali, delle chiese isolate, dei palazzi costruiti da architetti senza nome lungo le strette strade di paesi inerpicati sui pendii. E prima ancora che quella critica alla modernità puntasse l&#39;obiettivo sulle case antiche di Orte, la lotta alla bellezza custodita negli entroterra in Pasolini già si era configurata nella sua trasversalità geografica. Le spettacolari riprese della città yemenita di Sana&#39;a, fatta con il fango e in piedi come un miraggio eterno di fragili verticalità che si stagliano su un deserto tormentato, permisero al regista di rivolgersi direttamente all&#39;UNESCO perché intervenisse &lt;em&gt;&amp;quot;finché è in tempo, a convincere un’ancora ingenua classe dirigente, che la sola ricchezza dello Yemen è la sua bellezza, e conservare tale bellezza significa oltre tutto possedere una risorsa economica che non costa nulla. E che lo Yemen è in tempo a non commettere gli errori commessi dagli altri paesi&amp;quot;.&lt;/em&gt; Nel 1986 la città fu dichiarata patrimonio dell&#39;umanità grazie a quell&#39;opera d&#39;arte che ne denunciò la caducità, e si intervenne con rapidità per garantire la tutela delle sue simboliche mura, oggi messe in pericolo sia dal trascorrere inesorabile del tempo che da una guerra per la quale il mondo occidentale ha scelto di non commuoversi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/0f/dd/f8/d8/the-inside-square-of.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quel che resta nell&#39;Italia degli abbandoni è, oggi più di allora, oggetto di una corsa contro il tempo per scongiurare lo svuotamento dei paesi e la spersonalizzazione dei luoghi. Perché la coesione sociale alla base di un ripensamento dell&#39;Appennino possa saldarsi al punto da divenire laboratorio di idee costante e vocato alla causa, il presente impone un recupero diffuso delle voci che - per prime - hanno invertito la rotta verso una nuova scoperta geografica. La lezione di Pasolini, a cent&#39;anni dalla sua nascita, insegna a percorrere le strade sconnesse e antiche, quelle che lambiscono l&#39;Italia che c&#39;è dentro l&#39;Italia.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Filiberto Ciaglia&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://i.pinimg.com/originals/e6/c3/77/e6c377a9caaf39e584c03fe74933c097.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
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    <title>Il motore del nichilismo attivo</title>
    <link href="https://festivalgiovaniappennino.it/blog/il-motore-del-nichilismo-attivo/"/>
    <updated>2022-05-16T08:00:00Z</updated>
    <id>https://festivalgiovaniappennino.it/blog/il-motore-del-nichilismo-attivo/</id>
    <content type="html">&lt;p&gt;Il lemma “nichilismo” ebbe la sua prima applicazione non già con Friedrich Nietzsche, bensì in epoche precedenti (come quella della Rivoluzione francese per esempio), pur mantenendo nella continuità storica dell’uomo, per dirla con termini heideggeriani, lo stesso significato. In generale il termine designa una realtà in cui valori (quali libertà, giustizia, uguaglianza, etc…) e cose sono “liberati”, secondo un’accezione negativa, da un’attribuzione di senso, o più semplicemente, si è in presenza di una riduzione a nulla di tutti questi elementi, seguita da una logica e fredda perdita totale di certezze.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il male del nichilismo è radicato sin dalle filosofie antiche appartenenti a pensatori come Socrate e Platone, i quali crearono una visione “duplice” dell’essere: da una parte una idealità, un’eternità e una trascendentalità, dall’altra una sensibilità transitoria e caotica; in termini brevi una divisione del mondo in ultraterreno (a cui guarda anche la religione cristiana, colpevole anch’essa), e terreno, sensibile. Il merito del filosofo tedesco si deve inquadrare nello sviluppo delle conseguenze di una siffatta concezione, che prendono le mosse dalla celeberrima asserzione “&lt;em&gt;Dio è morto&lt;/em&gt;”, e che ha il suo manifestarsi nell’opera intitolata “&lt;em&gt;Gaia scienza&lt;/em&gt;” (del 1882).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1652689047/Articoli/220px-Nietzsche187a_lqnk1l.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ebbene la &lt;em&gt;rassegnazione&lt;/em&gt; derivante da un nichilismo siffatto trova sfogo ancora oggi all’interno della nostra società ed infatti, secondo il filosofo e professore Umberto Galimberti, i giovani odierni sono perennemente immersi in una condizione nichilistica che egli definisce “passiva” (riprendendo la distinzione nietzschiana), probabilmente rifacendosi anche al filosofo Gianni Vattimo, il quale definisce il concetto del nichilismo come la condizione del mondo postmoderno (un mondo dunque privo di certezze e valori). Tant’è che la situazione giovanile oggi risulta essere proprio questa: mancanza di orizzonti sicuri, una “nuova” forma di depressione che si innerva nella consapevolezza di &lt;em&gt;non essere&lt;/em&gt; &lt;em&gt;adeguati&lt;/em&gt; &lt;em&gt;a…&lt;/em&gt;, una realtà disgregata senza l’offerta di alcuna via d’uscita. Eppure in una tal condizione di vita vi sono alcuni giovani (la minoranza purtroppo), che hanno coscienza di trovarsi in una cornice storica prettamente sfavorevole e ciò che rimane loro è un unico e possibile appiglio rappresentato dalla sponda “positiva” del concetto nichilistico: stiamo parlando di quella parte che cade sotto il nome di nichilismo attivo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1652688959/Articoli/galimberti-festival-bellezza-biglietti_gfjpqr.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi decide di adottarlo è sì segnato dalla consapevolezza di un futuro instabile, di un “perché” assente e che invece dovrebbe spingere verso un’autorealizzazione, ma nonostante simili premesse reagisce. Nel caso di quelli che possono essere chiamati come “giovani dell’Appennino”, i modi con i quali questo atteggiamento si manifesta ha sfaccettature diverse, ma sempre con l’ugual scopo di non volersi arrendere ad una realtà già contaminata: aprire un’attività in un paese semiabbandonato, tornare periodicamente alle proprie radici, dare vita ad iniziative culturali che coinvolgano i territori confinanti, sono tutte manifestazioni di una volontà che, sì è costretta a fare i conti con un contorno negativo, ma che non contempla la rassegnazione quale soluzione da adottare.&lt;/p&gt;
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    <title>Seconda edizione del Festival dei giovani dell&#39;Appennino: 10 paesi, 4 regioni italiane</title>
    <link href="https://festivalgiovaniappennino.it/blog/seconda-edizione-del-festival-dei-giovani-dell-appennino-10-paesi-4-regioni-italiane/"/>
    <updated>2022-06-03T21:15:00Z</updated>
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    <content type="html">&lt;p&gt;10 paesi, 4 regioni italiane.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Abruzzo, Molise, Toscana, Lazio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La seconda edizione del &lt;a href=&quot;https://www.facebook.com/festivalgiovaniappennino/?__cft__%5B0%5D=AZV_B5eMaAVJ0jRUJS7yZcHpNnPVcG2mdZ3b5Bdv9z_EUd66CNHKeiYi_hkaM0iL6cNXYsrQP-6SKjDBitA4Clc1uXQZz_qWKWpFqVaYE5NfNnWm9cmnobfqgfjnX94al9qxnTVAvfnYzQa7YnczLDVL_XW7SH2n3ymZVXQ6zmlQ1usy9dp4ie4smbZUI85Hjg4&amp;amp;__tn__=kK-R&quot;&gt;Festival dei giovani dell&#39;Appennino&lt;/a&gt; entra nella fase più entusiasmante del suo percorso organizzativo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Siamo a lavoro da settembre, forti del successo dello scorso anno e proiettati al prossimo appuntamento che vedrà coinvolte delegazioni di giovani provenienti da Abruzzo, Toscana, Lazio e Molise, una federazione di paesi dal respiro nazionale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In Piazza dell&#39;Orologio, a Collarmele, sabato 6 agosto 2022 i ragazzi condivideranno affanni e speranze dei loro contesti territoriali, confrontandosi sulle rispettive progettualità finalizzate allo sviluppo della montagna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nelle prossime settimane verranno annunciati gli intermezzi, gli stands enogastronomici e culturali presenti, e infine i due importanti ospiti attesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1654333878/Articoli/festival-dei-giovani-dell-appennino-4_iqhjfe.png&quot; alt=&quot;Locandina di presentazione dei paesi partecipanti&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
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    <title>Desiderio, volontà e necessità di creare un nuovo senso dei luoghi: recensione de &quot;La restanza&quot;</title>
    <link href="https://festivalgiovaniappennino.it/blog/desiderio-volonta-e-necessita-di-creare-un-nuovo-senso-dei-luoghi-recensione-de-la-restanza/"/>
    <updated>2022-11-08T23:00:00Z</updated>
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    <content type="html">&lt;p&gt;L’ultima fatica del professore ed antropologo Vito Teti deve il suo titolo a quel fenomeno, quell’atteggiamento, messo in atto da chi decide, con un “fare” al contempo doloroso e coraggioso, di spendersi per un territorio che egli ama: la restanza. Lo scopo dello scritto, per ammissione dello stesso autore, è quello di “plasmare un’immagine interiore del processo mentale di chi, per scelta o per forza, prende la sua strada e parte; ma la restanza al contempo, è il sentimento di chi àncora il suo corpo ad un luogo e fa diaspora con la mente”. Ciò che non deve trarre in inganno è l’infelice intuizione che porterebbe ad inquadrare la prima (vale a dire il partire) come un’attività dinamica e la seconda (ossia il rimanere) come statica; la realtà è infatti diversa, poiché appoggiandoci alla visione tetiana siamo in grado di pensare alla restanza come “il viaggio da fermo di chi resta”. Vi è dunque una concezione dello spostamento bidimensionale: non soltanto il mero cambiamento geografico, ma anche il movimento, inteso in senso antropologico, di chi rimane nei paesi interni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1667991959/Articoli/4309185dc76d971b10757729a0e2c308_ixd4w0.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non voglio qui soffermarmi sull’&lt;em&gt;excursus&lt;/em&gt; storico, brillantemente analizzato dal professore, che spinse la maggior parte dei nostri avi a partire in direzione oltreoceano già nel tardo Ottocento, ma porre l’accento sugli aspetti umanistici che intervengono nel caso di quei militanti che Teti chiama “restanti”: il restare non è e non dovrà essere mai immobilismo, bensì contrapposizione allo svuotamento delle aree interne, grazie ad una visione in grado di ripensare al passato come punto di partenza per una riabilitazione del presente. Gli attivisti della restanza, oltre ad essere una risorsa per il futuro del proprio paese di appartenenza, sono altresì piccoli custodi di tradizioni e memorie che altrimenti diverrebbero “storia” da riesumare occasionalmente, con un fare retorico fine a se stesso. Le loro azioni seppur piccole, e quasi utopiche, portano con sé il germe del cambiamento e del ripensamento dei luoghi. Ecco allora che diviene possibile immaginare un futuro diverso per il proprio paese, in cui questi “ultimi abitanti” possono diventare i “nuovi” (abitanti), di località rinnovate e risorte grazie anche ad una ricostruzione forte della lezione appresa in virtù degli errori del passato. Accanto a questo atto di restanza nei riguardi dei piccoli tesori custoditi dalla storia di ogni paese, non vi è una mera scelta di comodo, bensì una presenza attiva, tramite la quale la contemplazione dei territori precede la rigenerazione degli stessi, onde evitare, anche qui, una perdita di memoria che rappresenterebbe una doppia ferita: dopo l’abbandono, anche la dimenticanza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1667992235/Articoli/21976900b47ece799e9c0c6d6406f0b0_ieklfm.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Restare quindi si configura come un ripensamento dei luoghi, un nuovo senso da attribuire loro in virtù anche del mondo che intorno cambia. L’inevitabile divenire storico che produce mutamenti rischia, e molto spesso ci riesce, di far sentire straniero anche chi ha scelto di andare in controtendenza, innescando quella nostalgia che tanto siamo abituati a pensare come appannaggio esclusivo di chi parte, e che invece Teti ci (ri)consegna come sentimento facente parte anche dei “restanti”. Vi è nostalgia della fine del mondo che si conosceva, di familiari e amici andati via, di porte d’ingresso rimaste chiuse; un esilio in patria patito da chi ha scelto di restare che, come se non bastasse, deve vincere anche le resistenze dei cosiddetti “scoraggiatori militanti” (per dirla con un termine tanto caro al poeta Franco Arminio). Anche in questo caso dunque abbiamo un duplice sguardo: la stessa nostalgia non è solo affare di chi parte e ricorda compianto le proprie origini, ma è altresì manifestazione nei “restanti” di aver vissuto in un luogo che ora quasi non riconoscono più, perché trasformato dal ritmo incessante degli accadimenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1667989557/Articoli/Le_sedie_del_tempo___Rosario_Puglisi_ka3lmv.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Porre l’accento sullo sguardo antropologico (e qui è importante rispolverare l’etimologia, per cui: &lt;em&gt;ànthropos&lt;/em&gt; “uomo” e &lt;em&gt;lògos&lt;/em&gt; “discorso”, dunque “studio dell’uomo”), che in quanto tale non de-finisce, e per cui nemmeno de-limita, la &lt;em&gt;praxis&lt;/em&gt; della restanza alle sole micro-comunità mi pare d’obbligo: ci comunica infatti Teti che “Occorre espandere orizzonti e filtri interpretativi e non limitare la prospettiva antropologica della restanza alla vita di quegli angoli di mondo che sono i nostri borghi. Si &amp;lt;&amp;lt;resta&amp;gt;&amp;gt;, infatti, anche nelle città, anche nei quartieri, si configurano mentalmente i propri spazi urbani e si contrappongono a quelli degli altri. Si resta e si viaggia da fermo anche nelle metropoli”. Da una siffatta impostazione si deve tuttavia essere pronti al fallimento, alla possibilità che l’incomprensione prenda presto il posto di un iniziale entusiasmo. Il cambiamento è sempre problematico, sia per chi lo pone in essere, sia per chi lo vive sulla propria esistenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una piccola riflessione mi sorge spontanea prendendo spunto da quanto emerso il 12 ottobre 2022 in merito alla sentenza emessa dal giudice Monica Croci del Tribunale civile de l’Aquila, secondo la quale vi fu concorso di colpa da parte delle vittime del sisma che interessò il territorio aquilano nel giorno del 6 aprile 2009, ree di non essersi allontanate di casa dopo le prime due scosse; ebbene il suddetto concorso corrisponderebbe al 30%. Partendo dall’assunto che le conoscenze scientifiche al giorno d’oggi non permettono di prevedere quando ci sarà un evento sismico, mi sembra dunque assurdo punire chi non seppe anticipare il fenomeno che poi si verificò (in questo caso il terremoto appunto); infatti come potevano sapere e come possiamo sapere qualche cosa che non è nelle conoscenze nemmeno dei più illustri geologi ed ingegneri del mondo? Mi pare che attraverso un simile verdetto, oltre ad essere entrati nel campo dell’irrazionalità, si sia provato a quantificare un grado di colpa riconducibile ad una ricerca di protezione all’interno delle proprie mura domestiche. L’amarezza che nasce dal giudizio di cui sopra è derivante dalla presunta colpevolezza di chi ha scelto di “restare”, e dal fatto che sembri non esserci consapevolezza dinnanzi alla morfologia di taluni territori, i quali sono notoriamente sottoposti, più di altri, a sciami sismici. Non voglio entrare nel merito di come siano state costruite le abitazioni (o forse sarebbe più giusto definirle “bare”), delle 309 vite che non videro la luce del giorno dopo, in quanto non esperto, ma affidandomi ad un minimo di &lt;em&gt;ratio&lt;/em&gt; mi viene da pensare che la sollecitazione subita da queste strutture non fosse così distruttiva. Per questo asserisco che azzardare una sentenza tale mi sembra un atto, oltre che poco logico, incauto.&lt;/p&gt;
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    <title>Quelli di Arsita. Omaggio ai Mobili Trignani, il &quot;gruppo del festival&quot;</title>
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    <updated>2023-02-07T20:00:00Z</updated>
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    <content type="html">&lt;p&gt;Con Giulia ci siamo visti per la prima volta nei boschi del Parco Nazionale d&#39;Abruzzo, tra una lezione e l&#39;altra dei corsi del Club Alpino Italiano. È una geologa,  speleologa, musicista e più di tutto scrittrice finissima. Le sue parole sono orchestre che rompono e riacconciano le anime con una disarmante facilità, in genere basta lo spazio di una didascalia ai margini di uno scatto di montagna. Qualche volta il paesaggio passa persino inosservato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Forse è per questo che &amp;quot;scesi a valle&amp;quot; la chiamai per chiederle se ad Arsita, un paese nel cuore del versante teramano del Gran Sasso, il suo paese, un gruppo di ragazzi volesse unirsi all&#39;idea folle di trovarsi a Collarmele per raccontare il loro modo di abitare le alte terre.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si prese il suo tempo e accettò, ventilando la presenza di qualche strumento che avrebbe musicato il loro intervento. Da un incontro casuale è nata la performance più impattante del 3 agosto 2021. Nicola, Fabrizio, Giulia e gli altri arsitani hanno condiviso i loro testi circondati dalle gradinate di Piazza dell&#39;Orologio: note di luoghi in un luogo di note. La montagna vive più o meno sotto traccia nei brani dei Mobili Trignani, che parlano ai paesi e al mondo, la dimostrazione matematica che dai piccoli centri può uscire l&#39;impensato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ascoltando &amp;quot;&lt;em&gt;Il tuo peggio&lt;/em&gt;&amp;quot; ho sempre sostenuto che fosse il brano-inno della manifestazione, non fosse altro per il fatto che li accomuna l&#39;origine, che entrambi si rivolgono &amp;quot;&lt;em&gt;a quella folla di storie importanti&lt;/em&gt;&amp;quot;. La canzone nasce assemblando i versi di Giulia, salvando dall&#39;oblio frasi avvicendatesi negli anni e sconnesse solo agli occhi di chi non vede musica anche negli angoli più incerti. Così Fabrizio e Nicola, che di solito compongono, questa volta hanno messo insieme i pezzi e, di nuovo, forgiato l&#39;impensato. Il festival è frutto di una simile combinazione casuale, dal niente i paesi sono accorsi per stringersi la mano e (ri)conoscersi nello spazio di un anfiteatro, che pare girare come fa un disco graffiato, di quelli che hanno una traccia ormai irriproducibile. Questo è anche lo stato dei paesi, non tutte le volte il giro va a buon fine e le idee, talvolta, si perdono per strada sprofondando come fiumi carsici. Da qualche parte le sorgenti, però, rispuntano e tornano a incidere le valli in superficie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Noi a modo nostro ci occuperemo degli emersi e dei sommersi, con lo sguardo rivolto alla terza edizione del festival. E sul palco, i Mobili Trignani.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Filiberto Ciaglia&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1678974430/Articoli/235878811_133885602235867_6730382873365412494_n_wv9tlm.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;Giulia, Nicola, Fabrizio, Edoardo - 1a edizione del Festival dei giovani dell&#39;Appennino&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1678974437/Articoli/235994646_133878752236552_8133539005294989816_n_u7kphd.jpg&quot; alt=&quot;&quot; title=&quot;Giulia Modesti e Fabrizio Trignani&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
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    <title>Dove stiamo dunque andando? Sempre verso casa</title>
    <link href="https://festivalgiovaniappennino.it/blog/diario-dall-entroterra-003/"/>
    <updated>2023-03-24T00:00:00Z</updated>
    <id>https://festivalgiovaniappennino.it/blog/diario-dall-entroterra-003/</id>
    <content type="html">&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Dove stiamo dunque andando? Sempre verso casa.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Enrico di Ofterdingen, Novalis&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Ripetevo quelle parole come fossero pezzi di una preghiera, le sillabe scandivano l’andamento dei miei passi sulla neve fresca. Destinavo ogni lettera di quella citazione alle suole dei miei anfibi che puntavano rivoltosamente a Sud. Ero felice di partire, serena all’idea di dover salutare il mio paese e tutto l’ecosistema allegato, come sempre. Il paesaggio di una vita mi scorreva davanti, osservavo la torre cuspidata di Sant’Agostino svettare sui tetti biancheggianti del centro storico, le ceramiche policrome del campanile riuscivano a catalizzare tutta l’attenzione sui loro toni accesi, la città di Penne spariva tutta al cospetto dei rivestimenti maiolicati che fregiavano le campane della chiesa. Malgrado la mia partenza solitaria, non accusavo questa condizione, gli eventi mi stavano regalando diverse opportunità. Per una strana legge della corrispondenza, stavo seguendo la traiettoria di alcuni corregionali illustri ai quali ero molto devota.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1679670274/Articoli/dda-001_au8dna.png&quot; alt=&quot;Torre S.Agostino - Penne&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma quella terra non l’avevo mai vissuta, non la conoscevo: sarei stata una straniera e sentivo disperatamente il bisogno di esserlo. Il rebus di Novalis fece un gran brusio durante tutto il tragitto, perse la voce di colpo, non appena realizzai di aver identificato il profilo del Vesuvio. Ero arrivata a destinazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quando cominciavo il mio stage come restauratrice al Parco Archeologico di Ercolano, il progetto di &lt;strong&gt;Culinarie Confidenze&lt;/strong&gt; era già nato su un periodico cartaceo, dava il nome ad una rubrica nella quale la condivisione di piatti e ricette diveniva un pretesto per poter parlare di tutto ciò che mi stava a cuore, senza precisi limiti contenutistici. In quello spazio divulgativo avevo cominciato a riproporre, fedelmente, il ruolo che per me avevano assunto gli ingredienti nel corso del tempo, ai miei occhi erano dei veri e propri mezzi comunicativi, apparentemente silenti, capaci al contrario di sprigionare un ancestrale potere aedico. Pesco un ricordo dalla piazza della memoria e vedo le mani nodose di mia nonna impegnarsi nel tentativo, più che riuscito, di salvare il pane dalla secchezza dei giorni: lo idratava con acqua e aceto, lo rigenerava al taglio grossolano della cipolla, gli concedeva una risurrezione inaspettata abbandonandolo alla dolcezza del pomodoro a pera. Le sue dita prendevano a muoversi da sole, viaggiavano in automatico, quante volte lo aveva fatto? Da chi aveva ereditato questi stratagemmi? Soprattutto, quante prima di lei avevano perpetuato nel tempo questi procedimenti al punto da trasformali in tradizione? Non assistevo alla preparazione di una banale ciaudella ma alla restituzione di un prodotto collettivo, figlio di un lungo e lontano passa parola di consigli, consuetudini, variazioni gustative. Alla stregua dei poemi mitologici, la nascita dell’eredità gastronomica è dipesa in gran parte da una trasmissione orale operata da chi ci ha preceduto e la similitudine mi sembra decisamente calzante: nelle colline dalle quali provengo sopravvive ancora la valenza identificativa del patronimico, la stessa che era cara a Omero. Predisporsi all’ascolto, aprirsi ad una dimensione confidenziale per poter costruire dei piatti che lasciassero trasparire tutta la dimensione narrativa del cibo mi sembrava l’unico strumento che avevo per tentare di accedere alla mia storia personale, che è parte integrante di una memoria plurale, tanto preziosa quanto effimera, labile. Era un pensiero che mi affascinava, non so dire quale parte di me fosse più ossessionata, se quella afflitta da una fame atavica o quella della restauratrice dedita alla conservazione. Ne traeva sicuro conforto la mia sete nostalgica, da sempre alla ricerca di un senso di appartenenza. Eppure, solamente vivere una dimensione paesaggistica a me ignota, come quella campana, ha potuto placare quella brama, come se vivere la condizione di straniera potesse rivelarmi quale fosse la chiave d’accesso per aprire la porta della mia casa natale. Ho visto davvero la mia terra quando ho realizzato di non conoscerla, quando l’ho riconosciuta nella sua fluidità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parlo di una dimensione liquida che è la cifra della nostra identità, racchiusa nelle dispense di tutte le cucine, nei mattoni di tutti i borghi, in ogni racconto che si avvale del potere eziologico dei dialetti. Osservo una vecchia cartolina, confronto la stessa Torre che salutavo anni fa, mentre mi dirigevo in terra borbonica: individuo la sagoma di una bambina, appartenente ad un altro tempo, osservare il paesaggio vestino fondersi nel suo orizzonte, come nel più potente dei dipinti romantici. Non rimane che concedersi la possibilità di essere viandanti nel proprio territorio, di cercare le risposte nelle lacune di un rudere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1679670274/Articoli/dda-002_e6f4ru.png&quot; alt=&quot;Popoli, 12 agosto 1964&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/v1679676375/Articoli/dde-4_bfr7i2.jpg&quot; alt=&quot;QRcode Culinarie Confidenze&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;https://www.instagram.com/p/B7QiWNJoXSV/&quot; target=&quot;_blank&quot; rel=&quot;nofollow noopener noreferrer&quot;&gt;Culinarie Confidenze - Instagram&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
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    <title>Tra la terra e il cielo</title>
    <link href="https://festivalgiovaniappennino.it/blog/diario-dall-entroterra-004/"/>
    <updated>2023-05-16T00:00:00Z</updated>
    <id>https://festivalgiovaniappennino.it/blog/diario-dall-entroterra-004/</id>
    <content type="html">&lt;p&gt;«È un paese strano Agelli. Appollaiato sui monti, a più di mille metri sul mare, è sempre pieno di sole, anche d’inverno. La primavera, che delizia! I prati profumano, la terra profuma. Le case profumano sempre. D’estate di pan fresco, d’autunno di mele, d’inverno e sempre di anici. Ora non puzzano più: gli animali non ci sono più. Ma allora, quando le aie vicine profumavano di raccolto che veniva dai campi ubriachi di sole, le stalle, sì, puzzavano. D’una puzza non ingrata. Ora la gente non c’è più: è in Venezuela nel Canada in Argentina in Germania a far soldi per pagare il Pibigas. Ecco, c’è puzza di gas e di benzina ora in paese. E c’è suon di quattrini anche. C’è odor di caffè e di qualche goccia di Cotì. Chi li coltiva più i fagioli? O l’uva?»&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia di Aielli, come tutte le storie, è lunga, antica e complessa. Affonda le sue radici nella memoria dei valorosissimi Marsi, attraversa Roma, il Medioevo, il Rinascimento, raccogliendo intanto catastrofi, distruzioni e ricostruzioni, terremoti e rivoluzioni, passando nei secoli sempre là, alle pendici del Sirente, affacciato sul Fucino, che intanto da acqua diviene terra e trasforma la vista e la vita degli uomini che con lui conducono l’esistenza. Nel viaggio millenario di questo pezzetto d’Abruzzo bisognava però trovare un punto da cui partire, un punto che fosse l’inizio della nostra piccola storia. Si è scelto allora un brano di Giuseppe Gualtieri, scrittore aiellese trapiantato in America, in cui il nostro paese è dipinto in un’atmosfera come di sogno, sospeso tra un passato pittoresco fatto di terra, bestie e contadini; e un futuro disincantato, guardato con sospetto, e con un timore che è forse già curiosità. L’odore del gas e del caffè rimpiazza quello dei prati e degli anici, muove una strana malinconia, come la nostalgia di una vita perduta, che sempre più somiglia a un vecchio romanzo. Il tempo passa e i contadini si trasformano, partono e alcuni tornano, portando novità da altri mondi. Eppure, per quanto si sia affezionati al passato e si continui a raccontarlo nelle storie e nei proverbi, il futuro è prepotente e gli uomini ci fanno i conti cambiando, proprio come i pescatori del Fucino dovettero al loro tempo farsi contadini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/Aielli-Abruzzo_bljayt.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi Aielli è ancora uno strano paese, e continua la sua trasformazione, teso come una corda tra il passato e il futuro, tra la terra e il cielo. L’odore della natura è forte e presente, la montagna è conosciuta e praticata, le terre si coltivano sempre, anche se in modi diversi, e c’è perfino chi fa ancora il vino! La tradizione sta tra le strade e nei fatti, nel quotidiano vivere della gente. Intanto però il tempo bussa alla porta, incombe, e non smette di esigere scelte che rispondano a condizioni che sono sempre nuove, anche in un paese che può sembrar vecchio come il mondo. I paesi sanno che per rispondere all’urgenza del presente bisogna vivere la memoria non come una zavorra di scorci ameni e nostalgici, perduti, ma piuttosto come una valigia di strumenti con cui orchestrare il futuro, un materiale plastico e risuonante, con cui costruire secondo le proprie visioni. Si può pensare il passato per ricostruire paesi in cui vivere insieme alla natura e ai suoi profumi, ma anche in sintonia con un mondo nuovo, connesso e globalizzato, in cui nuove sfide si impongono, di fronte alle quali non ci si può più nascondere nell’isolamento del villaggio. I paesi non sono più ai margini, lontani e ignari della storia del mondo. Possono offrire invece altri modelli di vita, possono mostrare prospettive nuove, coraggiose, a volte sovversive, quando sanno ripensare il passato senza nostalgia, e sognare il futuro senza timore. Grazie al lavoro del laboratorio storico “Don Andrea Di Pietro” gestito da Mario Palerma e Maurizio Di Censo, il dialogo con la storia ad Aielli è da tempo vivace e ha saputo orientare, anche insieme alle amministrazioni, un recupero del passato locale in una chiave innovativa e rivolta alla comunità. Si è riscoperta così la memoria di Filippo Angelitti, astronomo nato ad Aielli nel 1856 e poi divenuto direttore e professore ordinario presso l’osservatorio astronomico di Palermo. La memoria di questo nostro avo ha fatto in modo che l’astronomia diventasse il tema centrale attorno a cui far ruotare una rinascita aiellese cominciata già nel 1998, grazie al sindaco Benedetto Di Pietro e alla sua amministrazione, con la riapertura della Torre medievale diventata sede di un Osservatorio Astronomico, di un Museo del Cielo e di una biblioteca/videoteca scientifica. Da allora la struttura ha vissuto vicende alterne fino al 2009, anno del terremoto dell’Aquila, che ne ha decretato una nuova chiusura e la messa in sicurezza. Nel 2015 quel progetto è stato ripreso e sostenuto dalla nuova amministrazione guidata da Enzo Di Natale, che ha riaperto la Torre delle Stelle e portato avanti una grande scommessa sulla cultura, l’arte, la scienza e la valorizzazione delle ricchezze aiellesi all’interno di un terreno sociale vivo, ricco di associazioni e di interessi, che si è mostrato da subito pronto ad accogliere tale scommessa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/Gio-Pistone-DeSidero-Aielli_1-scaled_je5la6.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il primo murales è stato realizzato ad Aielli Stazione dall’artista abruzzese Alleg (Andrea Parente), che è stato poi il direttore artistico del festival per i primi due anni. In quella sua prima opera Alleg rappresentò la drammaticità del terremoto del 1915 e insieme la forza degli aiellesi, che seppero ricostruire e rinascere dopo quella catastrofe. Fu grazie a quella prima opera e agli incontri che si avviarono allora tra l’artista, l’amministrazione e le varie associazioni del paese, che nacque l’idea del Festival Borgo Universo come un modo per raccontare attraverso l’arte la storia di Aielli e il suo vitale rapporto col cielo. Il festival ha preso vita nel 2017, organizzato da Primavera e Libert’aria, con l’aiuto di alcuni ragazzi di Capistrello organizzatori di Arzibanda e con la partecipazione della DMC Marsica di Giovanni D’amico. Aris, Gio Pistone, Never2501, Guerrilla Spam, Sam 3, Luca Zamoc, Nic Alessandrini e Dem, sono i nomi degli artisti che Aielli ha ospitato durante la prima edizione. In quei giorni il paese, immerso in una gioia frenetica, si è visto riempito di arte, pennelli, musica, teatro, telescopi, mani in pasta… l’intera comunità è stata coinvolta nell’organizzazione e nel clima del festival che ha reso Aielli un luogo vivo e frizzante. Intanto sono cominciati i lavori sui muri e la gente ha aperto le finestre, si è affacciata per curiosare e si è scambiata opinioni per strada… gli anziani e i bambini, che, come si sa, sono affini, hanno osservato con la stessa passione e facendo domande. Si è passati presto ai caffè, alle genziane, ai pranzi e alle cene, e così si è condivisa l’estate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/IMG_20210711_154042-scaled_gcjfl2.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Intanto il paese è diventato un museo a cielo aperto raccontando “Borgo Universo” e cioè il dialogo che un piccolo borgo può avere con l’immenso cielo; ma anche il coraggio di accogliere l’altro, il diverso, seppur studiandolo al telescopio, con una curiosità che può sembrare sospetto. Nel 2018 nuovi artisti hanno dipinto sui muri di Aielli: Ericailcane, Angie Mazzulli, Yuri HOPPN, Sbrama, Emajons e Alberto Cicerone. Tra tutte però, l’opera “Fontamara” ha fatto conoscere Aielli a livello nazionale, con uscite sulle testate più note, e soprattutto ha donato al paese l’occasione di vivere un’esperienza magica, unica e irripetibile. Alleg è stato il motore della folle impresa che ha voluto trascrivere integralmente il romanzo “Fontamara” su di un muro speciale, ai piedi della torre delle stelle e affacciato sul Fucino, terra natìa di Ignazio Silone, nei quarant’anni dalla sua morte. Fontamara rimane ancora l’opera più straordinaria che conserviamo ad Aielli, non tanto per l’impatto visivo che provoca o per la grandezza dell’impresa, quanto per l’esperienza collettiva che quel muro è riuscito a generare. Quella strana e caparbia avventura ha attratto persone da più parti a curiosare, e il più delle volte ci sono rimaste attaccate per la passione di condividere un pezzo di quel cammino. Insieme si è riletto e riscritto il testo siloniano, sono nate amicizie e forse anche amori sotto quel muro che intanto è diventato un luogo, un luogo di scambio, di partecipazione e di incontro. Lo ricordiamo con le parole di Alleg: “Mettere l’opera sul muro è servito a generare un luogo fisico di dibattito, di condivisione, un momento in cui sta continuando una storia da dove Silone l’ha interrotta: il libro infatti termina con una domanda, che è un’apertura.”&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/murofontamaraetorredellestelle3fotom_MASTER.vernile-k8ac-u3200745366583nnd-656x492corriere-web-sezioni_ctmpzn.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La domanda, semplice e insieme tanto complessa, è “che fare?”; e i cafoni sono tutti quelli che soffrono e che lottano insieme, provando intanto a rispondervi. Tante risposte sono nate da quella domanda e tante dovranno nascerne ancora, perché Fontamara continua a sprigionare una forza che si diffonde e genera sempre nuove vicende. Per citarne alcune: l’audiolibro registrato dall’associazione Libert’Aria che è stato poi riprodotto in filodiffusione nel paese il primo maggio del 2020, la maratona di lettura e gli eventi teatrali… Poi, altri due muri da leggere e da condividere: la Costituzione italiana nel parco giochi dedicato ad Angelo Vassallo, e la Divina Commedia, per i 700 anni della morte di Dante, fortemente voluti dal sindaco Enzo Di Natale e realizzati anche in collaborazione con l’artista aiellese Angie Mazzulli. Nel 2019 l’organizzazione del festival è passata nelle mani dell’associazione Comunicare e la direzione artistica è stata affidata ad Antonio Palumbo. In quell’anno l’artista Okuda San Miguel ha realizzato l’opera Illuminary Palace: un’esplosione di colore e allegria, ma anche un gioco di luci e geometrie che si integrano con l’ambiente e con le architetture. Ne è nato presto un fenomeno social di curiosità e divertimento, che ha incrementato la voglia di scoprire il borgo e i suoi murales, da usare come set fotografici per immagini sempre più originali e ricercate. Intanto la Torre delle Stelle ha inaugurato, con la passione e il sapere di Paolo Maria Ruscitti e Carlo Maccallini, il Museo della luna, dedicato ai 50 anni dello sbarco sul nostro satellite; e ha sviluppato sempre di più le osservazioni astronomiche, i laboratori e le varie attività scientifiche che continuano ad attirare oggi decine di visitatori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/aielli-borgo-universo-street-art-118323.large_qwgdoa.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si è riscoperto poi, grazie a Giovanna Visci, un altro prezioso frammento della nostra storia all’interno della mostra “Costellazioni Archeologiche”. Quattro costellazioni per quattro reperti archeologici rinvenuti ad Aielli, tra cui il disco di bronzo con “la Chimera”, risalente al VII sec. A.C. e ritrovato verso la fine del 1800. Quell’anno Giovanna, mossa dal desiderio di raccontare le opere, le strade e la storia di Aielli, ha dato vita ai primi tour dei murales, un modo empatico e coinvolgente di valorizzare il paese e il museo a cielo aperto che ha avuto un grande successo. Grazie a Giovanna si è creato un primo team di guide locali, Martina Gentile, Emanuela Ponari e Marianna Nucci, che hanno poi continuato ad implementare i tour negli anni successivi. I tour dei murales e le attività svolte all’interno della Torre delle Stelle hanno permesso a Borgo Universo di “sopravvivere” al 2020, l’anno più fortemente caratterizzato dalla pandemia. Sebbene l’emergenza COVID abbia impedito l’organizzazione di un vero e proprio festival, questo ha fatto in modo che ci si rimboccasse le maniche per inventare nuovi modi di vivere esperienze artistiche, culturali, scientifiche e umane in paese. In maniera perfino inaspettata durante l’estate del 2020 il flusso di turisti e visitatori è aumentato esponenzialmente, di certo anche sulla spinta della situazione pandemica che ha cambiato le abitudini e le mete dei viaggiatori. Si è riscoperto un turismo più consapevole e responsabile, diretto verso mete meno note ma comunque piene di ricchezze; da poter visitare stando all’aria aperta e in sicurezza, rigeneranti per il corpo e per la mente, con una ridotta capacità di spesa e, magari, a breve percorrenza. Le strade del paese sono state travolte dagli sguardi curiosi di turisti da tutta Italia, i tour dei murales partivano a diverse ore del giorno, si è messo in piedi un info point nella piazza del paese gestito dai ragazzi di Aielli e del Servizio Civile, la Torre delle Stelle brulicava di visitatori, bambini e appassionati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/v1684169614/ama-94063.large_bkaloq.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quell’estate si è cominciato a capire che ad Aielli poteva nascere una microeconomia turistica che avrebbe potuto coinvolgere il paese, la comunità, e l’intero territorio circostante. Le attività commerciali e i servizi di accoglienza e ristorazione già presenti hanno risposto ad una domanda cui forse non si era perfino preparati. Sono nate nel tempo nuove strutture come b&amp;amp;b o trattorie, e in molti giovani, di Aielli e non solo, è nata la voglia di mettersi in gioco con nuove imprese, attività e investimenti. Il paese non si era mai visto tanto ricco e pieno di vita, e la comunità, dapprima divertita, sorpresa, a volte perplessa di fronte a quell’insolito scenario, ha poi imparato a convivere con il continuo passeggio di volti sconosciuti, col dover dare informazioni e scattare foto ai turisti. Anche i bambini hanno imparato a vivere in questa nuova atmosfera: non è raro incontrare Daddi (la nostra mascotte di nove anni) che fa da guida a visitatori spaesati in cambio di un gelato o qualche spiccio. In questa manciata di anni Aielli ha vissuto evoluzioni continue e la comunità ha assistito a un interesse crescente per questa piccola storia, testimoniato dalle visite sempre maggiori nonché dalla crescita esponenziale delle pagine social e delle uscite su riviste specializzate, quotidiani, telegiornali e programmi televisivi. Il successo forse inaspettato dei tour e la necessità dei servizi ad esso connessi come l’info point, hanno in qualche modo costretto l’associazione Comunicare a trasformarsi a sua volta. Quasi senza rendersene conto, si era riusciti a creare un’opportunità lavorativa sostenibile e un’attività economica che l’associazione non era più in grado di strutturare e gestire. Da questa necessità sono nate nuove discussioni e confronti in paese, tra le associazioni e l’amministrazione, che hanno infine spinto buona parte dei giovani aiellesi a fare un passo successivo e una scommessa ulteriore, fondando una cooperativa di comunità. Il primo dicembre del 2020, cinque ragazzi infreddoliti ed emozionati firmavano le famose “carte” (per alcuni di loro erano le prime carte importanti di quel genere) e diventavano soci fondatori della Cooperativa di Comunità La Maesa. C’era Pierluigi, il presidente e il leader che traina e unisce le forze. C’era Pasquale che vive e lavora in Germania con sua moglie Ambra e la piccola Libera, ma passando la paternità ad Aielli se ne innamora. C’era Antonio, il direttore artistico del festival, che crede con energia nel progetto e che testimonia, insieme a Pasquale, la rete di incontri e di scambi che ha generato Borgo Universo. Ci sono poi Emanuela e Martina, le “touraliste”, e Pierluigi (“Nolleeetti!”) che dirige sapientemente l’info point. Con loro ci sono altri trenta soci, altri trenta ragazzi di Aielli e non solo, che hanno deciso di credere in questo progetto. “La Maesa” è la terra pronta per essere seminata. Il nome lo ha proposto Antonio, uno dei soci che lavora la terra del Fucino. La Maesa è una scommessa, è un sogno da coltivare. Questa terra è stata preparata da una comunità intera, dalle associazioni, dall’amministrazione, da tutti coloro che si sono messi in gioco partecipando negli anni. I giovani che l’hanno oggi ereditata vogliono provare a curarla seminando idee e visioni che forse potranno un giorno concretizzarsi. Nel suo primo anno di vita la cooperativa è riuscita ad accedere a diversi fondi (bandi, sponsor, affidamento dal comune di Aielli) che le hanno permesso innanzitutto di affrontare le spese di costituzione e poi di organizzare la nuova edizione del Festival realizzando nuove opere di street art nel 2021. Soprattutto però ha potuto implementare i servizi di accoglienza turistica, che costituiscono le attività principali di questa piccola impresa: dall’info point alle visite guidate fino alla segnaletica e alla comunicazione. Anche durante l’ultima estate Borgo Universo si è confermata una storia vincente, che ha saputo attirare come una calamita turisti da tutta Italia e non solo: più volte, durante gli ultimi mesi, le guide hanno dovuto cimentarsi in tour in inglese per raccontare il nostro paese a visitatori tedeschi, americani, spagnoli, fino all’ambasciatrice palestinese, che ci ha onorati di una sua visita e con cui è nato un dialogo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/DSC9704-Copy_obwazk.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il tour dei murales ha continuato ad emozionare i visitatori, che hanno incontrato sul loro cammino non una guida turistica, ma una persona inserita nel territorio che ha potuto condurli in esperienze forti ed entusiasmanti, umane e familiari. I ragazzi impegnati nella gestione dell’info point hanno saputo parlare e relazionarsi con i volti e le voci più disparate, riuscendo ogni volta a venire incontro alle esigenze e alle richieste dei visitatori, rendendo quel piccolo punto del paese un centro nevralgico di fondamentale importanza, su cui molto si è lavorato e su cui ancora molto lavoro resta da fare. Gli artisti Millo, Marina Capdevila, Agostino Iacurci e Bastardilla hanno continuato ad arricchire il nostro museo a cielo aperto, senza contare il maestoso muro della Divina Commedia, inaugurato dal ministro della Cultura Dario Franceschini, che si è mostrato ammirato ed entusiasta visitando il nostro paese. Quel che si è fatto ad Aielli non è solo una riqualificazione urbana, che pure c’è stata, ma un’esperienza dall’impatto forte e profondo nel tessuto sociale. Borgo Universo ha aperto le porte all’esterno per far entrare la diversità che è ricchezza, ha ampliato gli orizzonti del paese che ha trovato così l’occasione di conoscere il mondo senza uscire dal proprio. Il valore dell’incontro e della partecipazione è la chiave di volta di questo lavoro, che è nato dalla comunità e in essa vuole tornare. Tutto questo è per noi soltanto l’inizio di un cammino ancora da fare. Se le conferme sono state numerose, è anche vero che gli obiettivi, i sogni e le ambizioni non smettono mai di crescere incutendo spesso timore. Nel futuro della cooperativa vediamo non solo lo sviluppo e il diversificarsi sempre maggiore dei tour e delle visite guidate, delle escursioni naturalistiche e ambientali e dell’info point; ma anche la nascita di servizi pensati apposta per la comunità e non solo diretti al turista.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/gita-a-aielli-ph-m-d-alessandro001_001_fqxy1d.jpg&quot; alt=&quot;&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa esperienza di cooperazione vuole essere un’occasione per accrescere il benessere socioeconomico della comunità e vuole offrire ai giovani di Aielli e del territorio nuove opportunità lavorative, perché possano avere quantomeno il diritto di decidere se restare o lasciare queste terre. Lo sguardo è rivolto al microcosmo di abitanti di questo piccolo Appennino, ci auguriamo che molti possano partecipare a questo cammino e beneficiarne, e che questa avventura coinvolga nel tempo altri mondi vicini, favorendo la costruzione di una rete che riunisca una realtà territoriale ancora molto frammentata e realizzando il sogno di poter incontrare, in un piccolo borgo, l’universo intero. Prima di chiudere il nostro racconto vorremmo ringraziare Enzo Di Natale e l’amministrazione che hanno guidato questa rinascita; Libert’Aria, la Torre delle Stelle e le altre associazioni che hanno reso la vita aiellese così stimolante; e infine tutti gli aiellesi che hanno saputo sognare, partecipare e trasformarsi, senza farsi logorare dal tempo. Ne ringraziamo due su tutti, come rappresentanti di una comunità: Pierluigi, emblema di chi è tornato per restare con il coraggio di investire nel futuro; e nonno Tonino, che tutti i giorni passeggia e riposa intorno ai murales e in mezzo a noi giovani, che ha accompagnato Alleg leggendo Fontamara sul muro, e che tante volte ha visto il suo paese trasformarsi e ha saputo meravigliarsene. Chiudiamo con poche sue parole, semplici, belle, piene di storia e insieme, ancora, di sete per il futuro: “ier’ so fatt novant ann, a n’atr poc m’n’ vaij, i tutta sta gent ad Aej nn l’eva vista mai”.&lt;/p&gt;
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    <title>Il (falso) mito della resilienza</title>
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    <updated>2023-06-09T19:00:00Z</updated>
    <id>https://festivalgiovaniappennino.it/blog/il-falso-mito-della-resilienza/</id>
    <content type="html">&lt;p&gt;Vi è al giorno d’oggi un invito reiterato, che diventa quasi assillante, all’essere “resilienti”, termine (ri)scoperto in epoca contemporanea e che sembrerebbe avere un’applicazione pressoché universale, giacché colui il quale manifesta tale atteggiamento si rivela in grado di superare qualsivoglia condizione nefasta gli si presenti, cosicché da non risultare mai “vinto”, bensì sempre vincitore. L’esaltazione delle individualità resilienti è sotto gli occhi e sulla bocca di tutti: persino nell’acronimo del Piano Nazione di Ripresa e Resilienza (Pnrr), troviamo un indirizzo che ci instrada in una condizione (quella resiliente per l’appunto), ben precisa. Ma cos’è la resilienza?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/v1686216889/pnrr_1200x800_zg9t4f.jpg&quot; alt=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/v1686216889/pnrr_1200x800_zg9t4f.jpg&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ne possiamo cogliere l’essenza grazie ad un primo sguardo volto verso la definizione rintracciabile nel sito della Treccani, che cito testualmente: “Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità”. A catturare l’attenzione dunque è la conclamata abilità nel non farsi spezzare di fronte ad una forza avversa, atteggiamento rinvenuto ed esaltato anche nella sua recente applicazione psicologica e che, conseguentemente, è riservato ora non più agli oggetti, bensì alle individualità, le quali potremmo definirle, attraverso un poco ironico gioco di parole, “(s)oggetti”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si riesce ora a capire perché sia lecito parlare di (ri)scoperta del lemma: attraverso una sorta di traslazione semantica si è assistito ad un utilizzo nel campo delle scienze fisico-matematiche a quello psicologico, mantenendo tuttavia il significato originale. La nuova utilizzabilità è attestata ancora una volta dalla Treccani, la quale recita altresì: “Il significato originale della parola inglese &lt;em&gt;resilience&lt;/em&gt; si è sviluppato nel campo dell’ingegneria dei materiali e rappresenta la capacità di un metallo di riacquistare la propria struttura o forma originaria dopo essere stato sottoposto a schiacciamento o deformazione’. Poi è passato alla psicologia, a significare ‘la capacità di riprendersi da eventi difficili della vita’”. Ebbene, sembrerebbe utile un tale atteggiamento, per esempio in presenza di quelle circostanze da noi incontrollabili e immodificabili, quali per esempio un caso di lutto; ecco allora che la proposta di farsi resiliente mostra il suo lato migliore ed auspicabile. E allora quand’è che vi è la “messa tra parentesi” del soggetto come poco prima mostrato?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Riflettendo più a fondo sulla significazione che ho riportato non si può non notare la presenza di un indice di passività poiché, ciò che fa di un soggetto resiliente quel che è, lo si deve alla sua peculiarità di sapersi riprendere da situazioni svantaggiose, ma nulla lascia spazio ad una possibilità di agire o di ribaltamento nei riguardi di quella stessa realtà che si presenta ora come avversa. Se fosse possibile modificare il mondo dei fatti, in modo tale da ottenere una condizione di vita migliore, sarebbe ancora auspicabile essere resiliente? Se, con un esempio molto semplice, avessimo un foro nella nostra casa dal quale entra aria fredda, decideremmo di coprirci maggiormente cercando di scampare al gelo, oppure ci adopereremmo affinché torni la situazione a noi più idonea? A mio parere chiunque avrebbe un atteggiamento attivo, posto in essere per modificare la propria realtà e non un mero atteggiamento accomodante nei riguardi di una circostanza precaria. Situazioni ineluttabili, come quella di una perdita o di una malattia, non possono essere logicamente oggetto di reazione attivamente intesa, ma lo stesso può dirsi in caso di politiche economiche e soprattutto sociali poco confortevoli che si possono ravvisare, giusto per fare un esempio, quando nel proprio paese vi è carenza di servizi essenziali (scuole, ospedali, supermercati…)?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/v1686217055/2_vallepezzata_GV_ca3lot.jpg&quot; alt=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/v1686217055/2_vallepezzata_GV_ca3lot.jpg&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A ben vedere i militanti del nichilismo attivo, o i cosiddetti “restanti”, poco hanno a che fare con un atteggiamento che rasenta la non-azione e che, conseguentemente, non prevede alcun tipo di “lavoro” (pensabile in senso hegheliano, vale a dire uno strumento che nel caso del pensatore tedesco trova ragion d’essere nella dialettica Servo-Padrone, grazie al quale è possibile modificare la condizione in cui ci si trova), poiché questi, in base alla definizione di cui sopra, dovrebbero solamente assorbire le inadeguatezze oggettive della realtà in cui sono immersi, non provando a colmare quello scarto tra idealità e realtà appunto. È qui, a mio avviso, che si assume la peculiarità insita negli oggetti, dell’”inanimato” da parte dei (s)oggetti, ossia quando si rinunzia a quell’attività esclusivamente umana, che da sempre caratterizza il divenire storico degli individui: l’adeguare il mondo delle cose mediante la prassi. Ecco allora che risulta trasparente la distanza tra nichilismo attivo, il quale all’interno del proprio nome già contiene una predisposizione al “fare”, all’attività, e la restanza auspicata da Vito Teti (ossia un atteggiamento non accomodante, “bensì contrapposizione allo svuotamento delle aree interne, grazie ad una visione in grado di ripensare al passato come punto di partenza per una riabilitazione del presente”), nei riguardi dell’atteggiamento passivo delle individualità resilienti.&lt;/p&gt;
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    <title>Collarmele e l&#39;anfiteatro di Piazza dell&#39;Orologio: la casa del Festival dei giovani dell&#39;Appennino</title>
    <link href="https://festivalgiovaniappennino.it/blog/collarmele-e-l-anfiteatro-di-piazza-dell-orologio/"/>
    <updated>2023-07-04T00:00:00Z</updated>
    <id>https://festivalgiovaniappennino.it/blog/collarmele-e-l-anfiteatro-di-piazza-dell-orologio/</id>
    <content type="html">&lt;p&gt;Piazza dell’Orologio sorge dove il disastro sismico incise con crudeltà assoluta il 13 gennaio del 1915, spazzando via la parte sommitale del centro storico di Collarmele. Dove oggi si spalanca agli occhi del visitatore un moderno anfiteatro al cospetto della torre normanna, integra nonostante i sismi avvicendatisi, un tempo dominava la sagoma della chiesa trecentesca di Santa Felicita con il suo imponente campanile e gli attigui palazzi antichi, alti più di tre piani, circondati dagli stretti vicoli del paese che fu.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;È un luogo simbolo della fine di un mondo, e per questo ideale a fregiarsi di una nuova accezione e di un nuovo senso. La forma dell’anfiteatro si presta al dialogo delle delegazioni provenienti da diversi paesi, alla nascita di uno spontaneo parlamento dei centri storici dell’Abruzzo interno per indagare ed evidenziare svolte e ostacoli nei percorsi di sviluppo territoriale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Collarmele si fa carico di questa scommessa partecipativa a larga scala, che permetta a Piazza dell’Orologio di intraprendere un percorso di rinascita finanche iconica, volto a costruire attraverso l’immagine armonica delle proprie gradinate il simbolo di uno spazio che contenga i paesi, una piazza dei paesi e per i paesi. È un’ambizione che corre di pari passo a quella rivolta all’identità del luogo, mossa dal recupero graduale del patrimonio storico culturale fino ad oggi marginalizzato nella parte antica dell’abitato, unico a figurare nel contesto territoriale marsicano per quanto concerne i comuni del cratere sismico aquilano del 2009. È dunque un periodo di ricostruzione materiale e immateriale del paese, che unisce all’opera di valorizzazione territoriale un tentativo di ricomposizione più ampio attraverso il &lt;em&gt;Festival dei giovani dell’Appennino&lt;/em&gt;, manifestazione non limitante il proprio raggio d’azione ai soli paesi montani dell’Abruzzo interno, estendendo l’attenzione all’intero arco appenninico, aspetto su cui già si sta lavorando per le future edizioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1688381032/Angolo_Piazza_dell_Orologio_dmw6fu.jpg&quot; alt=&quot;Angolo di Piazza dell&#39;Orologio&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Solitamente nei paesi la parte antica è sita in alto, raggiungibile attraverso stradine tortuose tra le case abbandonate non senza fatica. A Collarmele, per accedere a quel che rimane dell’antico, occorre invece scendere il pendio del colle in direzione sud-orientale, ove antichi fabbricati si alternano – più o meno diroccati – finché le case si perdono nel paesaggio collinare digradante verso la piana del Fucino. Un tempo la via che conduceva alla piana prendeva il nome di Via del Lago, rievocando la veduta che dell’immensa superficie d’acqua ebbero per secoli gli abitanti del paese. Di quel tessuto urbano si è creduto non restasse alcun che da salvare, nulla di rilevante al di là di antiche case dirute che col tempo hanno perso il nesso con la dimensione abitativa antica, adagiandosi alle nuove destinazioni d’uso. Ed ecco che gli abitati cinquecenteschi perdono la loro configurazione di bene storico, cedendo il passo alla più recente accezione di rimessa, stalla, magazzino, relegando progressivamente a non luogo il perimetro del centro storico e le sue verticalità. Nonostante l’opportunità del Piano di Ricostruzione post-2009 costituisse un canale fondamentale in prospettiva di riqualificazione del patrimonio storico-artistico, la scelta di ridurre la perimetrazione del centro storico ha manifestato un oggettivo disinteresse al riorientamento dello sviluppo territoriale attraverso l’attenzione ai beni storico-artistici, mancanza ravvisabile altresì in altri centri dell’Italia interna. La recente attenzione rivolta al censimento del patrimonio minore, con l’obiettivo di realizzare un tour del centro storico che unisca alla fruibilità dei punti cardine del patrimonio culturale (torre normanna e chiesa rinascimentale della Madonna delle Grazie) un’esplorazione degli elementi di pregio sopravvissuti nella parte antica, ove i lavori di riadeguamento strutturale post-sisma contribuiranno a rendere fruibili vicoli e strade ad oggi difficilmente praticabili a seguito del recente terremoto, è volta a ribaltare la sopracitata relegazione della parte antica a “non luogo”, onde ricomporre in definitiva la frattura identitaria e materiale generata dal devastante sisma del 1915.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;https://res.cloudinary.com/dlepelbf9/image/upload/q_auto/f_auto/v1688380604/Foto_Collarmele_pyu0n0.jpg&quot; alt=&quot;Foto di Collarmele&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Forse è questa rinnovata attenzione al potenziale della propria storicità nonostante la rovina che ha consentito al paese e a Piazza dell’Orologio di ergersi a luogo di rappresentazione del disagio collettivo patito dai paesi dimenticati, dando il via a una scommessa che permette a Collarmele un allargamento geografico improvviso della propria identità, concentrata su di sé e al contempo sulle connettività possibili tra le zone rurali dell’entroterra abruzzese e appenninico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E, così, grazie alla dolcezza del luogo ospitante e nonostante le insidie umane, con la sola forza della giovane età ha avuto inizio la ricomposizione, fatta non solo di mere strumentalizzazioni, ma di calore umano. Cosicché, al pari dell&#39;alba, durante la quale occhieggia una debole, misteriosa e pallida luce che si irradia ovunque, timida e silente, ma fiduciosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le crepe naturali e umane sono state illuminate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&#39;anfiteatro e i pertinenti luoghi sono stati colorati dalle emozioni, dalla forza, dall&#39;energia, dal desiderio di rinascita delle singole delegazioni, le quali con costanza e dedizione, al di là di qualsiasi fazione od orientamento, con formicante e laborioso movimento hanno buttato le basi per la rinascita.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il macabro eco dello spopolamento, dell&#39;abbandono, della malinconia, che in bianco e nero dipingeva la Piazza, è stato sostituito da musica, balli, parole di coraggio, descrizioni e racconti di vita popolare, di unione, di denuncia, colmando ogni vuoto, ricomponendo ogni frattura, aromatizzando l&#39;aria di speranza senza fine.&lt;/p&gt;
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    <title>Il pastore-poeta di Pescasseroli: Cesidio Gentile detto “Jurico”</title>
    <link href="https://festivalgiovaniappennino.it/blog/il-pastore-poeta-di-pescasseroli-cesidio-gentile-detto-jurico/"/>
    <updated>2024-05-17T14:00:00Z</updated>
    <id>https://festivalgiovaniappennino.it/blog/il-pastore-poeta-di-pescasseroli-cesidio-gentile-detto-jurico/</id>
    <content type="html">&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;Lettor, di vero cuor la man ti stendo,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;ti prego di non darmi d’ignorante.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il nome mio lo puoi tenere a mente,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;ché qui tel segno al terminar del canto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Son Cesidio Gentil, di voi servente,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;di Pescasseroli, e me ne pregio tanto,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;che in fra le greggi e con la verga in mano&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;ho scritto le Memorie marsicane.&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Con queste parole Cesidio Gentile si accomiatava dal lettore nell’epilogo della sua Storia marsicana, «poema di 1531 ottave» dedicato alla Madonna Incoronata di Pescasseroli, pubblicata nel 1904 col titolo Leggenda Marsicana. Versi (Sarzana, Tipografia Lunense).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il personaggio di Cesidio Gentile detto “Jurico”, pastore-poeta pescasserolese vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, recentemente è tornato agli onori delle cronache poiché ha contribuito a ispirare il recentissimo film di Riccardo Milani “Un mondo a parte” (Wildside/Medusa Film, 2024), girato a Pescasseroli, Opi e in altri comuni del territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cesidio Gentile, detto “Jurico” dall’arte praticata dal nonno, cerusico (=chirurgo), ossia una sorta operatore nel campo della medicina popolare, conoscitore delle proprietà curative delle erbe per gli uomini e per gli animali (di solito tale figura era coincidente in passato con il mestiere del barbiere), ebbe i natali a Pescasseroli nel 1847. Gentile fu autodidatta e nella sua produzione, fortemente autobiografica, ha descritto la dura vita del pastore, le speranze nella Fede, i rapporti interpersonali e molti aspetti della vita quotidiana del suo paese. Influenzato notevolmente dalla letteratura cavalleresca, Gentile ha scritto oltre un centinaio di titoli per decine di migliaia di versi, i quali sono stati raccolti, alcuni anni fa, in due volumi dattiloscritti e, purtroppo, non stampati, da un privato cittadino di Foggia, Domenico Padalino. È stato lo stesso Jurico, in una nota autobiografica, a tracciare i momenti salienti della sua vita e l’entità della sua produzione poetica, «oltre a centomila» versi, andati quasi interamente perduti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«&lt;em&gt;Nacqui a Pescasseroli addì 28 giugno 1847. Crebbi colmo di miseria e di ignoranza, a motivo che a quei tempi scole elementari non esistevano, e alla scola privata mio padre non ebbe il potere a mandarmi. Era un misero pastore; si guadambiava un anno docati trenta di moneta napolitana, pari a lire centoventisette e cinquanta, e con quello misero stipendio doveva alimentare tre figli e una moglie. Dunque, si viveva a forza di economia. Di otto anni mi portai al bosco Pirinella a pasturare le pecore unito a lui. Nella capanna dei pastori mi imparai a conoscere le lettere dell’alfabeto e per istinto di natura ebbi un bel gusto di ascoltare le storielle popolari scritte in ottave: i racconti cavallereschi della Tavola rotonda mi davano molto a pensare. E così nella mia idea, a pena cominciai a scrivere, scriveva versi ispirati dalla mia fantasia. Al 1860 scrissi varie canzoni in onore di Giuseppe Garibaldi e all’Italia redenta. Nel corso della mia gioventù scrissi il Canzoniere del bosco; satirizzai tutte le donne della mia patria; scrissi il dialogo satirico molto busso scritto sullo stile del Giusti, quartine. Pendente al 1879, scrissi un poema della Storia dei Marsi, 1531 ottave; lo diedi al cavaliere Alesio, che me lo doveva correggere, e in quella casa è rimasto sepolto. Al 1890 scrissi la Strenna del bosco, poesie varie a vario stile; al 1897 scrissi la Corneide e l’Apparizione di un nuovo santuario; al 1898 scrissi la Siringa pastorale ossia il Corno di Zapponeta, dialogo di tre pastori, e il lamento del pastore pugliese. Scrissi il Sogno sul monte Palombo, l’Apparizione del dio Epigano. Al 1902 il Sogno sul monte Rottella, opera buffa; il Modo di vivere a Pescasseroli; l’Ombra del cavaliere al suo nipote, che tratta lo stesso argomento; sull’Agire a Pescasseroli, la Forza del Leone e la Forza del Tricorno, la Superbia del mulo, il Toro della dea Cimbolo e il Montonello di Plistia; la raccolta dei brindisi; un Sermone sul monte Argatone con un pastore di Scanno; lo Uccellino e l’agnello, poesie morali, l’Istoria del tempo presente, l’Istoria dei dodici mesi, scritta a poesie, ottave, quartine e sciolti, l’Istoria dell’Incoronata di Foggia, nuova edizione; l’ultima opera il Dialogo delle due comari. Al 1908 scrissi l’Ultimo crollo delle mie sventure, la Tempesta, l’Avversa sorte e il Sogno a Ferroglio. Al 1903 rinnovai il gran poema della Istoria dei Marsi, intitolato Leggende marsicane, scrissi le Poesie boccacesche, le diedi a correggete, e tutto ho perduto. Ora, vecchio sessagenario, rammento tutto il mio passato, ricordo quei bei versi che cantò. In vita mia ho scritto oltre centomila versi, ma tutti mi furono dispersi. Ora, con l’aiuto della musa Urania spero di scrivere le Boscarecce&lt;/em&gt;».&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gentile rappresenta forse uno degli ultimi epigoni di una produzione poetico-narrativa che ha caratterizzato l’umile quotidianità della gente abruzzese nei secoli passati, di una categoria di persone prevalentemente autodidatte, artefici della propria alfabetizzazione e vorace di letture che circolavano usualmente tra i contadini, i pastori e gli artigiani (su tutti la Divina Commedia e la Gerusalemme liberata).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E in questo ambito il territorio dell’Alto Sangro, non faceva eccezione, poiché aveva già espresso esempi di produzioni in dialetto e in lingua, sui quali si erge la celebre figura di Benedetto Virgilio, poeta-bifolco di Villetta Barrea, che ricevette apprezzamento da principi e pontefici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I temi trattati da Gentile nei suoi versi sono vari, ma tutti strettamente legati alla cultura pastorale: l’ideologia di contrapposizione rispetto alla civiltà agricola; il particolare rapporto con il bestiame allevato; l’aneddotica sulle “battaglie” contro lupi e orsi, principali nemici del gregge; gli episodi connessi alla faticosa, pericolosa, ma anche avventurosa vita pastorale transumante tra le montagne d’Abruzzo e le pianure pugliesi; gli incidenti dovuti alle condizioni meteorologiche avverse nel periodo invernale (bufere e freddi); le storie e le leggende del brigantaggio; i racconti di miti e di tradizioni legati alla montagna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cesidio Gentile morì il 26 ottobre 1914 a Civitanova del Sannio mentre, per l’ennesima volta, percorreva il duro percorso del tratturo, a causa di una caduta da cavallo: una tragica uscita di scena, in un certo senso già prefigurata nei suoi versi:&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;Abbi pietà, buon Dio,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;d’un misero pastore,&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;che visse nel dolore&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;e nel dolor morrà.&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Nel biennio 2014-2015, grazie all’impegno di Francesco Gentile, Gianluca Tarquinio e al supporto e patrocinio del Comune di Pescasseroli, è stato organizzato un ciclo di conferenze per la ricorrenza dei cento anni dalla sua morte; i saggi sono confluiti nel volume La vita e le opere di Cesidio Gentile detto “Jurico”, poeta-pastore di Pescasseroli (1847-1914), pubblicato a cura di Gianluca Tarquinio (Edizioni Kirke, 2015).&lt;/p&gt;
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